Cento Scene da La Sposa Vestita

Adattamento a fumetti di
Angelo Lumelli e Andrea FranZosi

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La Sposa Vestita - Angelo Lumelli
Sono vent’anni che faccio matrimoni.
Il mio territorio va da Milano sud all’Oltrepò. E’ un buon territorio, con tanta gente che si accoppia regolarmente, per cui c’è lavoro tutto l’anno, a parte qualche settimana sotto Natale. Ci sono periodi che faccio quattro matrimoni la settimana.
Il momento più faticoso è il pranzo in pazzeschi ristoranti addobbati per l’occasione, dei quali ormai guardo con cura soltanto i difetti, per esempio la qualità dell’intonaco, la stoffa delle tende, i paesaggi con laghetto e montagna innevata appesi alle pareti.
Sabato scorso ho sentito qualcosa in rilievo sotto la tovaglia, mentre trafficavo con le posate, giusto per fare qualcosa. Piano piano ho sollevato il lembo ricadente con dovizia sui fianchi e ho visto che si trattava di assi da muratore con ancora un piccolo grumo di calce.
A me danno soddisfazione queste scoperte e con quel locale, se non ci sono ragioni di forza maggiore, me la intendo alla grande, come se ci fossimo schiacciati l’occhio, tra gente del mestiere.
I matrimoni non sono tutti uguali. In tutti però si chiude qualcosa.
Devo dire, dopo avere tanto osservato, che la sposa non è diversa da una salma. Come salma è vestita in modo solenne e sacerdotale con tutti i paramenti, anche quando, attraverso scollature di incompleta pudicizia, affiorano le parti più squisite e femminili, come lanciando un ultimo invito.
Il matrimonio è una questione di ordine; due persone si tolgono dalla mischia, si sistemano, a tu per tu, abbandonando la piazza. Meno due! direbbero taluni. Effettivamente nulla trapela più da quelle vite.
Contrariamente a quanto promettono i clacson a tutto volume e le garze che sventolano sulle antennine delle autoradio, gli sposalizi sono una premessa troppo lunga, mentre il seguito svanisce e la folla degli inviati diventa un brusio lontano, uno scalpiccio malinconico di scarpe nuove.
Spesso anche le fotografie sono simili agli ex voto che si vedono nei santuari delle madonne.
Il lungo vestito da sposa copre da capo a piedi colei che fra poco entrerà in una casa con un uomo solo, a sentire le parole del prete, per sempre.
Vestiti di alta sartoria sottolineano il corpo che esce di scena, chiusi i polsi in polsini con due bottoni, il collo inguainato per tutta la lunghezza, coperte le caviglie da candido drappeggio, soltanto i seni non tacciono la loro evidente natura, siano essi nascosti in attillati corpetti o si alzino seguendo il respiro su e giù tra i pertugi dei pizzi.

 

Io assisto per intere mattinate alla dipartita di queste giovani donne, alla loro uscita dal mondo di tutti.
Anni dopo, nel momento in cui si spogliano, penso immancabilmente al loro vestito da sposa, a quella corazza argentea, contro la quale si infrange ogni appiglio, mentre invocavo qualche ombra in tutto quel bianco. Intendo dire che una sposa non è una sposa per sempre.
Le spose diventano mogli, dopo di che così come avanza il vivere altrettanto il pensiero torna indietro, per cui comincia la strada di ritorno, come per cercare una cosa persa. Mai sarà chiaro se si tratta di un tradimento o di una fedeltà a qualcos’altro.
E’ su quella strada che le incontro. C’è qualcosa di devoto in tutto ciò, come accendere candele alla propria giovinezza lontana, un pellegrinaggio verso l’inizio memorabile.
Non posso dire di avere uno scopo, tantomeno un piano, ma a cose fatte mi sembra che la giustizia, finalmente, abbia il suo sorriso striminzito.

 

L’individuo, effettivamente, è una esagerazione.
Esagera, in troppi casi. Con questo non voglio dire che l’individuo deve togliersi di mezzo.
Ho provato tante volte a immaginare un mondo senza individui, ma dopo un breve senso di liberazione, silenzioso come una gioia nascente, ecco che si sprigiona un allarme terribile, una sirena ben più potente di qualunque ambulanza, più cupa del lamento di un transatlantico che abbandona la terra, un grido di sciagura che mi trattiene da ogni altra fantasia del genere. Mi rendo conto che, per adesso, bisogna ripartire da capo, uno per uno, tutti fino alla moltitudine.
Non ho tecniche particolari per raggiungere i miei scopi. Mi appello semplicemente al dubbio, ascolto come un musicista la nota che vuole liberarsi dalla banda di ottoni in cui si è cacciata.
Il mio mestiere è guardare.
In teoria potrei guardare senza diventare anch’io una figura, ma non si può. A volte penso che le figure abbiano una vita autonoma, che siano addirittura meglio delle loro persone, a volte penso che le persone siano scappate dalla figura originaria. Sei tu o la tua figura? ah ah!
In genere si vedono passanti, alla sera la strada si svuota e i passanti non ci sono più. Questo vuole dire che tutto avviene da altre parti. Se sono in un posto, fra un po’ tutti devono andare in un altro. Arriva il momento che ognuno si assenta. Sono segnali importanti, avvisaglie di come stanno le cose, da non farsi idee perenni, non più di tanto. Niente può essere sopportato faccia a faccia, se non per un attimo, prima di voltarsi e andare via.
Perfino l’amore deve ritentare in continuazione. Questo è il suo aspetto più commovente.
Qualche volta devo anche fotografare l’entrata in casa. Ooh! dice la sposa, lanciando una scarpa qua e una là. Si toglie il velo mentre va in cucina, si siede con le gambe larghe e si fa aria con le lunghe ali del vestito bianco. Il vestito parte da un ginocchio e fa a finire sull’altro, come un ponte sospeso, formando pieghe deliziose, finalmente ricche di ombre, adesso che non mi servono.
Fotografo i regali deposti su tavoli, la sposa che si affaccia dalla camera da letto, la sposa sulla porta della cucina, adesso tutti insieme! dice uno zio corpulento.

 

Segue il brindisi, nella quale occasione studio le labbra con una specie di timidezza, come indugiando su quella soglia scoperta, ogni volta ritraendomi, prima di lasciar perdere.
In quella calca dove, alla fin dei conti, si festeggia il sesso che se ne va, addobbato come un pacco dono con fiocchi e vaporosi parati, ho visto un cugino della sposa che gli è venuto duro, evidente, a sinistra nei calzoni di lanetta leggera.
L’ ho fotografato come si deve, anche di profilo, ma la foto l’ho tenuta da parte e non l’ho messa nell’album.
Quando privatamente gliel’ho data in omaggio, lui è arrossito e io ho pensato che non c’è niente da fare, niente, e che ogni cosa finisce sui nervi di qualcuno, quasi sempre.

 

Il punto di vista è uno per volta e per essere uno deve essere mancante di tutti gli altri. Questo è un problema mio, strettamente tecnico, una complicazione in più o un vantaggio, dipende da come la prendi. Si tratta, in definitiva, del punto focale, e noi ne sappiamo qualcosa A volte una cosa manda tutto il resto sullo sfondo, a volte addirittura fuori scena, se non fosse per il rimorso. Se c’entra con il dolore? Cosa c’è che non c’entra!
Liberare il mondo dalle figure potrebbe essere l’inizio della redenzione, ma i tempi vanno nella direzione contraria. Le figure sono come la tigre che ha eliminato la sua preda. Vai a vedere se aveva accarezzato con i suoi unghioni un capriolo, una lepre. I pensieri in purezza hanno poco da lamentarsi: hanno creduto di bastare e sono crollati davanti alla prima cosa opaca, tridimensionale, che non si può riassumere.
Quando sfoglio il mio album sulle rose, mi rendo conto che il problema non si risolve e che mettersi in pari è un’idea facilona, da incompetenti. Pari a che cosa? Ma a che cosa ti metti in pari!
Ho rinunciato per sempre alla tecnica di avvicinamento.
Per sei mesi estivi ho provato a esercitarmi sulle rose e sui fiori di zucchino.
A volte uno si crea problemi per ragioni davvero remote e quasi imperscrutabili: siccome l’avvicinamento è possibile, allora non si può rifiutare, e tu avanti! a sbattere il muso. Ma chi te l’ha detto? Chi ti ha detto che questo è il compito dello sguardo? E se fosse tenere le distanze, lasciare che l’aria mandi uno squillo di luce? Mai visto il fedele, poi fatto santo, che abbraccia la madonna da capo a piedi! Costui invece sta in ginocchio presso i suoi sandali, mentre il mantello sale a confondersi con il cielo. Ecco un esempio di devozione, ecco cosa vuole dire la corretta distanza!
Nel corso di quelle prove, in ogni caso, ho scoperto che l’avvicinamento esagerato a una cosa apriva la porta per entrare in un’altra. Io ho pensato che era una punizione per un comportamento maldestro, un attentato alla superficie, alla sacra distanza che è costata millenni di fatica a ogni specie.
In ogni caso, allorché io spingevo la parete di una cosa, quella gentilmente si apriva e mi lasciava entrare in un’altra. Prego, ma prego!
Mi trovavo in un posto nuovo, mentre la rosa o lo zucchino stavano maliziosamente fuori, tal quali, intatti.
Mi succedeva come nelle porte ruotanti degli alberghi, una presa per il culo, un monito sincero, non so.
Ho fatto buon viso a cattivo gioco e ho trovato titoli che, a detta di molti, sono stati presi per buoni.
Il pistillo dello zucchino l’ho intitolato, rispetto ai diversi risultati, lampioncino da tavolo, macinapepe, portaprofumo.

 

Tutti questi titoli sono stati ritenuti appropriati e plausibili.
Sempre con il fiore di zucchino ho fatto gonne per signora, abatjours, foulards di seta indiana, trombe di ottone, attacchi a imbuto per lavandini, ombrellini da sole.
Nel bottone di una rosa ho trovato nascosto un titolo inaspettato. La foto si chiama: l’orgasmo della bionda Sibilla. Era effettivamente così, con tutti i pistilli sollevati, elettrici, come divincolati in una aspirazione universale.
Tutti, dal primo all’ultimo, hanno detto che era il pube di una ragazza scandinava.
Questo per dire che le cose si svegliano una dentro l’altra e che la superficie è una delle cose più difficili da mantenere.
Non è detto, infatti, che la profondità parta dalla superficie per andare indietro o dentro o sotto la medesima. La superficie è il massimo della profondità raggiunta da una cosa? Qui sta il gioco, la disperazione in un certo senso.
Il Monte Bianco non si conosce entrando in galleria. Bisogna fermarsi prima, molto prima.
Se questo vale per le cose, tanto più vale per le persone, le quali aprono e chiudono i loro battenti, incessantemente.
Forse è per questo che sono così incuriosito dagli interni.
Una profonda nostalgia mi prende quando, dal marciapiede guardando in su, vedo una finestra aperta.
In genere si vedono soffitti, lampadari, il bordo di una cornice attaccata alta.
Ho un intero album di queste foto in qualche modo strazianti, dal basso in alto, un po’ sghembe come spiragli, qualche volta con soffitti dipinti, simili a paradisi.
Secondo me, in natura, incluse le strade delle città, compresi i passaggi pedonali e i marciapiedi, ci sono dei vuoti invisibili, degli alveoli, i quali, considerando gli effetti di carattere generale, risultano ininfluenti, in quanto si lasciano scavalcare ad ogni passo, come niente fosse. Uno ci passa sopra, senza farci caso, mentre cammina.

 

In realtà sono dei bastardi, basta guardare in giro cosa succede. Si allargano in un batter d’occhio, invalicabili, sembra che si alimentino con lo spavento di chi li vede, allora diventano voragini e non ne vieni più fuori.
Sembra incredibile, ma è lo spavento che li fa allargare, per il resto sarebbero fenomeni simpatici, a volte rendono allegro il camminare, come cuscinetti d’aria, piccoli vuoti.
Io cerco di difendermi e mi aggrappo al mio sguardo. E’ per questo, penso, che ho fatto un album sulle facciate. Uno, in particolare, l’ho fatto al mese di agosto, quando la città è vuota e ci si può mettere in mezzo alla strada.
Ci sono cose che si fanno vedere quando gli gira a loro, prendiamo un uccello, una cicogna per esempio.
Altre sono lì in permanenza, ma siamo noi che siamo in giro, a torto o a ragione. Questo per dire che tutto avviene se c’è una specie di appuntamento, una coincidenza, con questo o quest’altro, per cui tutto sembra facile, alla fine, invece no! Questo è l’inizio del casino, del piccolo caso, come dice la parola medesima.
Negli altri momenti dell’anno è impossibile stare in mezzo a una via, anche una via secondaria come via Custodi. Ho potuto addirittura coricarmi in centro strada, con la faccia in su, stando attento ai rumori della rimessa, che non uscisse qualche tram.
Avevo la rotaia del tram accanto alla faccia, e ho pensato all’amore. Ho pensato: oh!
Poi l’ho vista che arrivava con due borse della spesa. Pendeva dal lato della borsa più pesante.
Camminava con la testa china, era ancora lontana, io mi sono lanciato dentro al primo portone che dava su cortili interni, come ce ne sono in questa parte della città.
Su un lato del primo cortile c’è un glicine enorme che si arrampica sulle ringhiere.
Ho sentito i passi sul marciapiede e l’ho vista passare, per un attimo di profilo, poi da dietro che si allontanava, adagio.
Era bella e perfettamente triste.
Ho pensato che era la perfezione e mi è venuto da piangere. (continua)